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Non tombe galliche ma tombe romane
Sulla «Rivista archeologica della Provincia e antica Diocesi di Como (Antichità e belle arti»> (periodico della Società archeologica comense, fascicolo 59-
Arrivatane notizia alla Commissione del Museo storico di Lugano, questa decise di tosto inviare sul luogo il pittore Berta, che fa parte della stessa e che ad un forte amore per l'arte sua e per l'archeologia unisce una provata competenza nell'esplorazione e escavazione delle vetuste necropoli del suo Paese. Accorse egli munito di apparecchio fotografico, arrivando in tempo a prendere fotografie d'assieme e di particolari, nonché rilievi e note che la Commissione volle mettere a disposizione della Società archeologica della antica Diocesi di Como...».
Più oltre si rileva che «il modo di costruzione delle tombe scoperte,nonché il materiale adoperato sono quelli già in uso da molti secoli anteriori. Sono fatte cioè di lastroni non sagomati di pietra locale (qui schistosa o beola) disposti a cassa nella terra, senza cemento alcuno sia nella copertura come nell'interno; altre lastre di pietre servono da pavimento. Sono a ritenersi tombe ad inumazione (sebbene le ossa degli scheletri siano scomparse per l'azione degli agenti atmosferici), per la deposizione dei vasi ad una sola estremità della tomba, per la mancanza di ossa carbonizzate assai più resistenti, e anche per la lunghezza e la forma rettangolare di tali tombe, sebbene queste non siano un criterio sufficiente per distinguerle da quelle a cremazione. D'altra parte, però, una tomba a cremazione e di forma piccola fu trovata già antecedentemente in luogo».
Segue poi la dettagliata, minuziosissima descrizione dèlle singole tombe per concludere il servizio con quest'annotazione: «Fra la seconda e terza tomba, a due metri più ad ovest, furono in tempo addietro trovate altre cinque tombe, delle quali una era piccola e a cremazione. Di queste, non escavate con metodo, si conservano alcuni oggetti presso il signor dotto Silvio Soldati della famiglia proprietaria del terreno. Il materiale delle tombe di Neggio illustrato è nel Museo storico di Lugano».
Quell'identificazione sulle «tombe galliche a Neggio» oggigiorno non ha più alcun fondamento scientifico. Come infatti ci ha riferito la dott. Rossana Cardani Vergani (capo dell'Ufficio beni culturali al Dipartimento del territorio), si tratta non di tombe galliche ma di tombe romane. A comprova di ciò, ecco quanto si può leggere -
«È però alla lista dei ritrovamenti di questo periodo che devono essere apportate le uniche correzioni di una certa importanza, dal punto di vista dell'informazione, rispetto a quelle contenute nell'Atlante: si tratta di quanto riferito a proposito delle tombe di Neggio e a quelle preromane di Stabio (fondo Realini). Classificando letture di Neggio nell'età del ferro, Crivelli si è basato sull'articolo del Magni (MAGNI 1910) e ha considerato come affidabile la designazione temporale data dall'archeologo comasco. Una recente verifica di questi materiali ha però di mostrato che la suppellettile conservata, caratterizzata da due interessani recipienti torniti in pietra ollare, non può essere assegnata, nei contesti ticinesi, a momenti precedenti la fine del III secolo d.C. Nella stessa direzione vanno le osservazioni desumibili dai documenti di scavo, per cui queste sepolture devono essere classificate come di età romana e molto probabilmente assegnabili all'inizio del IV Secolo.
L'importanza di questa precisazione è notevole perché mette anzitutto in evidenza la difficoltà di fare affidamento di dettaglio sulle pubblicazioni dei primi decenni del secolo con particolare riferimento al fatto che, nel nostro caso preciso, la pietra ollare di Neggio era stata definita come una ceramica a grana fine dagli autori dell'epoca. A ciò si aggiunge il fatto che i recipienti di pietra ollare sono abbàstanza facilmente riconoscibili nella fotografia pubblicata dal Magni e che questa potrebbe essere una delle origini dell'affermazione secondo cui la pietra ollare è già lavorata durante l'età del ferro nell'area ticinese, (DONATI 1986).
I materiali trovati a Neggio sono oggigiorno conservati a Bellinzona, presso l'Ufficio cantonale dei beni culturali.
